Se avete la ventura di dire a un architetto che la Biennale d’Arte è più architettonica di quella di Architettura, vi liquiderà con una battuta di sufficienza. Uno è un’eccezione; tre fanno una statistica. La battuta è: “si, gli artisti si sono messi a pescare motivi (leggasi rubare) dall’architettura”. Se fossi cinica (o realista, che di questi tempi corrotti è la stessa cosa), direi che pescano nel torbido, considerando cos’è l’architettura oggi, ma quello che ho visto alla Biennale Illumi-Nazioni non mi ha illuminato (di senso), ma mi ha fatto perlomeno pensare. L’algida Biennale della Sejima non mi era dispiaciuta, ma quel prendersi sul serio degli architetti, anche quando tentano (inutilmente) di fare ironia, che disprezzano i fatti materiali e spesso fanno cose incomprensibili per partito preso, non mi garba tanto. A chiedergli una spiegazione, gli viene un attacco di amor proprio e allora è finita; meglio parlare d’altro. Vabbè, loro dicono che gli storici sono snob e c’hanno pure ragione da vendere, ma se uno storico fa un lavoro incomprensibile è un cialtrone (e non si salva nessuno). Invece, se lo fa un progettista bisogna dare per scontato che ci sia un senso, e pure elevato, ma farlo capire è diventato volgare come girare con le budella di fuori. Gli artisti, invece, le budella le hanno esposte, eccome: se pensate di trovare la levità dell’Illuminismo dietro il termine Illuminazioni, vi sbagliate. Quasi tutti hanno lavorato sulla violenza, la guerra, il sopruso, la corruzione, ecc.ecc. Sono i furbetti del mercatino d’arte, non c’è dubbio, ma mica mi aspetto di trovare arte nella Biennale d’arte (o architettura in quella di architettura) ma qualche idea, quella si. Ebbene, alcuni di loro si sono impegnati a modificare radicalmente l’interno dei padiglioni creando percorsi a episodi con risultati spaziali spesso interessanti. Vale per il rutilante, di luci e colori, padiglione della Svizzera, dove nel marasma di roba sottratta alla civiltà del consumo, accuratamente composta in un caos incerottato dall’autore, si mescolano immagini di una violenza inaspettata. Subito non te ne accorgi, attirato da mille cose che appartengono al tuo mondo, dopodiché quelle immagini, che pensi non possano essere di questo mondo, ti inseguono e sono l’unica cosa che vedi. Se sia arte non so, certo mi costringe a pensare alle insanabili contraddizioni insite nella natura umana, e che non esiste limite alla crudeltà. I russi, tanto per gradire, hanno ricostruito l’ambiente di un campo di concentramento, agghiacciante nel suo vuoto, senza bisogno d’altro. Nel Giappone venite immersi in un manga architettonico, con città che vi crescono intorno come funghi, funghi che crescono come loro stessi, onde che ondeggiano e tante altre cose a reazione poetica. E tirate il fiato. Poi passate in Germania, trasformata in una chiesa con tanto di abside e vetrate colorate: qui le immagini di orrore, proiettate e tutto intorno a voi, non vi fanno respirare; uscite, ma vi cade l’occhio sul teutonico rosone anatomico, ahimè, e vi rimane una buona dose d’inquietudine. Saltate l’inutile padiglione canadese e vi rifugiate di corsa in quello inglese. Salvi? In un certo senso, perché la simmetrica casetta neopalladiana è diventata una rifugio/bunker per profughi/dissidenti riorganizzato come un dedalo di percorsi claustrofobici. Esperienza singolare, percorrerlo. Se si potesse fare in solitudine, certo giungerebbe efficacemente al suo scopo. L’idea di Boltanski in Francia è semplice: su una struttura di tubi innocenti scorrono le innocenti faccine di uno o più neonati (un po’ inquietanti, a dire il vero, che sembrano dei morticini) stampate su una bobinona che scorre, poi si ferma, poi riparte, metafora di qualcheccosa. D’effetto. Elegante il lavoro sulle ombre del padiglione dei Paesi Scandinavi, ma li, lo spazio aiuta. In quanto al padiglione Italia (che mo’ si chiama non so come), epocali i Tintoretto, la cui presenza, però, mi rimane affatto incomprensibile. Devio. Prima di andare alla Biennale ero passata per piazza San Marco e notavo che i piccioni si sono rarefatti, ma tanto: un tempo era una piazza semovente, da quanti ce n’erano. Ricordate il disegno di Corbù? C’è chi li chiama topi volanti, ma a me stanno simpatici, perché sono buffi quanto rimbesuiti. Allora, se c’è uno che ha fatto della propria furbizia di balordo un’opera d’arte è Maurizio Cattelan. Se qualcuno mi spiega il perché dell’esistenza di questo tizio, gli sono grata. Ebbene, questo signore ha ucciso (posso immaginare personalmente e in un crescendo di piacere) i centinaia di piccioni (di San Marco?) a servizio della sua macabra dimostrazione di nonsocchè. I cadaverini sono stati imbalsamati e messi uno per uno in pose naturali; per ultimo, issati sui tiranti del soffitto delle varie sale del padiglione ex italiano. Stanno li e vi guardano coi loro occhietti imbevuti di silicone. Povere bestie. Cosa questo gesto volgare e cruento (pari al cavallo vero piantato nel muro: che caspita mi significa?) abbia a che fare con l’arte, non so. Ma io sono ignorante di mercati finanziari, che di quello si tratta. Del resto, se il papa lapidato da un meteorite mi è indifferente, mi ha fatto disgusto il caso ben più odioso dei fantocci pseudoumani impiccati in una piazza di Milano. Non so, sarà che nel mio paesello c’è un intero viale di alberi, ognuno ha una targhetta con un nome e non era gente di pezza. Con certi fatti tragici non c’è ironia (o idiozia) che tenga, specialmente in un paese che sembra aver perso del tutto la propria memoria storica. Forse per questo, e per la prima (e credo ultima) volta in vita mia, ho apprezzato l’operazione che Sgarbi ha fatto nel padiglione italiano all’Arsenale, intitolato “L’arte non è Cosa Nostra”. Ovviamente ci sono anche i suoi siparietti televisivi con i famosi slogan (Pecora! Pecora! ah, no, era Capra! Capra! Che idiota…) e opere da liquidare con un chissen’importa, ma una sezione della mostra dovrebbero vederla tutti: coloro che sono troppo giovani per ricordarsi dei fatti narrati e pure quelli che li hanno dimenticati, perchè hanno attaccato il buon senso al chiodo abbracciando senza riserve il Biscione e il suo ottimismo falso e pervasivo. Cose, dicevo, che andrebbero insegnate ai giovani, se ci fosse una scuola civile e democratica. Percorrendo due stretti corridoi vi passano accanto, come una pellicola, le prime pagine di giornali che mostrano impietosamente i danni mortali che la malavita organizzata ha fatto (e sta facendo) al nostro paese. Alcuni me li ricordo bene, anche se ero piccola (il rapimento Moro, la strage di Bologna, e ovviamente i più recenti), e hanno lasciato tracce indelebili in me, oltre alla consapevolezza che è obbligatorio avere una coscienza e non far finta che queste cose siano parte della vita di qualcun altro. Gente onesta che ha lottato per mantenere onesto il Paese marcio in cui viviamo. Tristemente, la nostra storia odierna sembra dimostrare che il loro sacrificio è stato inutile. Lo Stato e Quelli sono venuti a patti, non per far finire le stragi, ma per raggiunta consapevolezza che a tutti interessava la stessa cosa. No, non è la patonza. Grazie a questi nostri ilari concittadini, che si riempiono la bocca di avere il 90% di share nell’assurdo reality che ci tocca guardare da impotenti spettatori, siamo in balia di una forma di violenza altrettanto grave di quella fisica, poiché viviamo senza democrazia e senza dignità, quindi senza libertà. La settimana scorsa mi sono vergognata troppe volte di essere italiana. Questo paese è una bomba a orologeria.