Sorridi, sei a Montreal!

Saranno le temperature a meno dieci gradi sotto zero (percepiti meno venti) che ti provocano una permanente, allegra, smorfia facciale? a Montreal la gente sorride per la strada. Dopo il primo, il secondo, il terzo, capisci che non hai la faccia sporca (anche perché sei imbacuccato e irriconoscibile), ma ti stanno proprio sorridendo. Forse per solidarietà a girare imperterriti con il gelo che ti brucia vivo o sotto la bufera di neve. Beh, la situazione non cambia indoor: incroci uno e scatta la faccina be happy. Ti fa pensare. Quindi, dopo il duro impatto dei primi due giorni, dato che la città che credevo una metropoli sembrava un paesotto a griglia dove percorse in lungo e in largo due strade non hai più nulla da scoprire, ho cambiato in fretta opinione. È come quando conosci qualcuno che ti fa un’impressione così-così, magari un tantino anonima e sciatta. Poi sei costretto a ricrederti e ti fa piacere, perché tutto quello che vedi è inaspettato e ti fa sentire anche un po’ stupido e superficiale (che fa sempre bene per allenare l’ego a starsene al suo posto). Insomma, il terzo giorno nella terra dei caribù ero già quasi contenta di esserci e così mi sono avventurata, col mio compagno di avventure storiografiche, al CCA, il mitico Canadian Centre for Architecture, fondato dall’altrettanto mitica Phillys Lambert, la regina del Segram Building. Non hai voglia di studiare? Vai al CCA e ti passa subito. In questa dinamica, l’edificio ha i suoi meriti: figlio prodigo del post-modern, l’ha fatto Peter Rose (su istruzione della suddetta regina) apposta per stare li a studiare o anche solo a pensare. Uno di quei posti (mai stati a Oxford?) dove anche se sei deficiente sei costretto a essere intelligente e a metterti a lavorare con tutto l’impegno. Strano, ma ci sono dei luoghi che hanno questo effetto sugli studiosi (mai provata l’Ambrosiana o il Warburg Institute?), o almeno su di me. Mi accorgo allora quanto lo studio, o meglio l’esercizio del pensiero strutturato, sia essenziale. Come si fa a vivere spensierati? Mi pare una cosa assurda. Pensare è bellissimo. Non per fare grandi pensieri, che nessuno di noi è Kant o Platone, ma per il piacere di organizzare la percezione della realtà in pacchetti, che puoi scartare quando ne hai bisogno. Insomma, al CCA mi sono vista quei due o tre manoscritti cinquecenteschi per cui vale la pena di farsi dieci ore di aereo arrivando verde come un cencio, pur di vederli. I disegni sono un medium incredibile (parola di cui ho abusato non poco nel mio viaggio canadese): le immagini di Roma antica, le fantasie di Roma moderna, l’incertezza nel cambio nei codici di rappresentazione dell’architettura a metà ‘500. Tutto raccontato dai disegni. Anche l’utopia di impostare piante come puri esercizi di composizione di spazi plastici, senza alcuna finalità costruttiva, ma che mostrano quello che sarà il futuro, con Borromini, con Juvarra. Mi chiedo sempre più spesso, quando vedo i lavori degli studenti, come possano progettare senza disegnare a mano: non si vedono i difetti dell’edificio nel disegno a computer, mentre l’indugio provocato dal segno a matita costringe a rivedere e calibrare anche la migliore delle idee. Il sublime poeta inglese Auden diceva che per riconoscere una buona poesia, bastava trascriverla a mano: se la trascrizione provoca una reazione di noia, è chiaro che la poesia è mediocre, perché la fatica fisica di trascrivere non lascia scampo a una combinazione linguistica di scarso valore poetico. Così è per l’architettura. In tempi più felici per l’università, c’era tempo di far disegnare gli studenti moltissimo, persino nei corsi di storia. Per storia dell’architettura I (il mio primissimo esame allo IUAV) ho dovuto disegnare la sezione di una chiesa gotica. La fatica che ho fatto me la ricordo, e non capivo proprio a che servisse, ma ne godo ancora i benefici. Il problema è mettere in evidenza con mezzi meccanici (disegno, plastico, crochet o lavoro a maglia, fate voi) la struttura delle cose, un esercizio che sviluppa la capacità di scegliere, di fare una sintesi e di avere senso critico. Come fare altrimenti? Mi chiedo cosa si impari adesso nei corsi universitari senza il tempo di imparare questa prassi; poi si vive di rendita. Ok, bando alla consueta speculazione edilizia e torniamo a Montreal. La città è tarata su una curiosa mescolanza di inglese e francese, poiché tutti sono perfettamente bilingue: l’inglese è la lingua dell’università (una è la McGill, dove tutti gli studenti studiano SEMPRE e se osi parlare vengono li e ti redarguiscono esponendoti al pubblico ludibrio), il francese è quella dei ristoranti e dei caffè. Il cibo è internazionale, ovviamente, benché nei posti un po’ più chic la cucina preferita sia quella francese. In sintesi, ti senti come in Europa, ma senza la crisi economica. Mica male, per un po’. L’architettura bisogna un pò cercarla, ma ne vale davvero la pena, come queste case di carte affacciate sull’acqua di Moshe Safdie.

Bello ed elegante anche il grattacielo di Pei, che con la sua mole cruciforme fa davvero da faro in questa città che urbanisticamente non ha capo ne coda. Interessante anche il centro antico, pieno zeppo di strane prove di cultura eclettica con mix di pezzi da palazzi italiani del Quattrocento, francesi del Seicento, un pò (o molta) Chicago School. Ma tra le cose più curiose è certamente un’imitazione in scala minore della chiesa di San Pietro (a dir il vero abbastanza bruttina) che spunta tra i grattacieli.  

Manco a dirlo, una delle stelle architettoniche di questa singolare città è un prodotto made in Italy, frutto dorato della stagione non tarocca (ma forse un tantino barocca), in cui si attua il miracoloso sposalizio tra ingegneri e architetti. L’oggettone in questione è la Exchange Tower, opera di Luigi Moretti e Pierluigi Nervi, esattamente fifty-fifty. A vederla, il dialogo fra elementi di supporto e involucro appare talmente evidente e vivo che mi ha fatto pensare, per l’ennesima volta, che è davvero un’utopia studiare l’architettura sui libri. O si guarda in faccia o non si capisce niente, ergo non si impara. Ho studiato l’opera sui documenti, ricavandone un’idea di un certo tipo. Beh, la cosa che più mi ha colpito della torre è la totale mancanza di astrazione del disegno architettonico. Mi spiego: vedendo l’architettura de visu si capisce quello che ormai ripeto agli studenti fino alla nausea, ossia quando l’edificio passa dalla carta alla materia ha una vita che l’architetto deve prevedere, che dipende dalle condizioni del contesto e dal modo in cui lo predispone a reagire alle condizioni ambientali che cambiano. Le opere di Moretti, forse solo Albini gli sta a pari, sono costruzioni viventi, sensibilissime, che proprio per questo non hanno la robustezza iconica di Mies o di LC. Sulla carta patinata sono eleganti, ma dal vivo sono sconvolgenti. Guardando da sotto in su i quattro pilastroni ideati da Nervi, poi, vedi davvero la sezione che cambia, come se accompagnasse il flusso delle forze fino alla sommità, dove l’ingegnere cesella la punta dei pilastri sancendo la loro totale autonomia. Li sopra, pochi lo sanno, l’Omino di burro ha la sua macchina per fabbricare le nuvole. Ma questa è un’altra storia. Ricorderà Montreal anche per l’incontro con una persona che questa opera l’ha vista crescere lavorando con i giganti che l’hanno progettata, e che con la sua spiccata umanità dimostra, ai miei occhi quali, inalienabili benefici possa generare anche un’incrollabile fiducia nell’architettura. Fortuna che un gruppo di fortunati studenti ogni anno possano ancora godere di questa sapienza.

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