Questo non è solo il titolo di un discretamente brutto, ma di gran successo, film strappalacrime dei cotonati anni ottanta: quello che io chiamo un film-pollaio, tutte donne, trequarti delle quali sfigate che vogliono sempre quello che non possono avere (per contingenza o per incapacità) o che se hanno tutto vengono castigate dalla sorte con una simpatica malattia incurabile (nel caso specifico, la pretty woman Roberts). Vabbè, a bomba. Ieri sono incappata in un bouquet di fiori d’acciaio che persino nella disperata mancanza di tempo degli ultimi mesi mi costringe a scriverne. Avevo appena finito di dire che Pierluigi Nervi era l’inventore dell’architettura patinata, quella da rivista, che quando la vedi da viva dici: “embè, tutto qui?”, quando si arriva in prossimità di quell’edificio tanto noto, quando poco visitabile, che però bisogna vedere almeno una volta nella vita. Giusto per avere il coraggio di dire la parola Architettura senza vergognarsi. Di che trattasi? Se vi dico enormi pilastri di 27 metri di altezza con gigantesche raggiere di acciaio (dell’ing. Covre) che reggono la copertura vi sovviene un’immagine? Mah, forse ai “vecchi” innamorati della disciplina suddetta. Ai giovani, spassionati di architettura e frequentatori delle facoltà medesime, dubito che gli scatti il neurone. Peccato, non sapete quello che vi perdete. L’edificio in questione è il Palazzo del Lavoro a Torino, costruito per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, ossia il supe-evento Italia ‘61. All’epoca, l’area torinese fu corredata di venti padiglioncini, ciascuno a disposizione di una regione del Belpaese, di una monorotaia con trenino che portava in giro i coraggiosi visitatori delle svariate migliaia di metri cubi di roba, e infine di un mamozzo nerviano, vero monumento al genio italiano in piena fioritura negli anni sessanta. E che fiori (vedasi foto allegata a questo post).
Neanche quando ho visto il Pantheon la prima volta, che a mio gusto personifica l’idea stessa dell’Architettura, ho provato un tale senso di vertigine. Non riuscivo letteralmente a respirare (probabilmente il fatto che ci fossero 40 gradi all’ombra ha contribuito, non lo nego), forse perché uno spazio così monumentale, a quella scala, non l’ho visto mai. Talmente presente, nella semplicità del principio archetipo su cui è costruito, da sembrare irreale. Sono uscita da questa visita, durata pochi minuti, con il solito senso di profonda gratitudine. Verso l’architettura per essere alta espressione dello spirito umano, vero nutrimento per chi voglia conoscerla e per questo genio (uno dei tanti) che ha reso migliore il mio Paese, ora coi piedi nel guano, purtroppo. Ebbene, questo gioiello dell’ingegneria, però, ha un difetto: per essere tanto grandioso, sogno ed emblema dell’Italia del boom economico, è ora fonte di imbarazzo. Che farne? Si, perché qualcosa bisogna farne. Bisogna fare che renda dei soldi. Mica si può mantenere uno perché è un capolavoro dell’umanità senza pretendere nulla in cambio. Ebbene, con una stupida scusa, ossia che Nervi nei meandri della sua mente pensava già a questo destino, il Palazzo del Lavoro sarà trasformato in un centro commerciale. Uno di quelli strapieni di orrenda gente, che compra orrende mutande che verranno vendute in mostruosi baracchini attaccati alle povere colonne nerviane. Soffocate sotto il ciarpame. Ad altra scala, mi ricorda il tragico caso del Negozio Olivetti. Ma qui non c’è via d’uscita: il suo destino è segnato e nessuno farà niente. È una questione di soldi, baby. L’ennesima prova che l’ignoranza non solo è beata, in questo Paese, ma benedetta come una manna.
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