Parole (sublimi) nel vuoto

6 maggio 2015

Ci sono giorni un cui, grazie al cielo, non vedo nulla. Ci sono giorni, sfortunati, nei quali vedo tutto. L’altro dì mi è capitato di dover andare a Vicenza, città che fu d’Andrea Palladio (come quel tal libro pietroburgico pieno di disegnetti), ma prima di arrivare li, dove osarono gli architetti parrucconi, si passa per una simpatica cintura di edifici nati tristi, per scopi tristi e ora in triste stato di decomposizione. Mentre sono intenta in superflue riflessioni sulla miseria lasciata dall’epoca pre e post manipulite, la corriera FTV si ferma al semaforo e mi cade l’occhio su una cabina elettrica in cemento, dove qualcuno aveva scritto con lo spray: “FATTI NON FOSTE PER VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIR VIRTUTE E CANOSCENZA“. Solo parole nell’immenso vuoto che c’è (come dice Raf)?. Macchè. Una sberla in faccia, una secchiata d’acqua, uno che ti urla nelle orecchie che è ora di muovere il sedere. Cavolo è lapalissiano. Grazie Dante, la strada sarà pure difficile da vedere e perdersi è un attimo, ma è solo una e scuse non ce ne sono.

“Wendy, I’m home!”

9 dicembre 2012

Si, tornata temporaneamente perchè mi scappa un commento, anche se non ho tempo. Grazie al cielo e all’inferno esiste internetto, come lo chiama l’amica mia. Sono 5 anni, suppergiù, che non riesco a cancellarmi da LibroFacce, uno dei massimo orrori introdotti dalla rete. Perchè mi sono iscritta? perchè qualcuno, che da sciocca quale sono ho ascoltato, mi ha detto che era una cosa simpatica. Un par di ciufoli! già ho detto che de “Le vite degli altri” non mi cale ne tanto,  ne poco e alla fine, cercando, ho trovato un sito che ti istruisce per uscire dal malefico accentratore sociale, che è una via tortuosa e che trovi giusto a naso, andando a tentativi. Ebbene, per cancellarmi ho dovuto tornare nel mio account trovandoci ben 55, dico 55, richieste di gente che vuole la mia “amicizia”: ex studenti, ex laureandi, professori, sconosciuti, compagni di classe, simpatizzanti, antipatizzanti, ecc. ecc. Un coacervo di gente a cui di me, sono certa, non frega nulla, ma che per automatismo, conoscendomi, o anche no, mi mettono tra gli “amici”, solo per fare numero che di questi tempi è davvero tutto. Che ridere, pure qualcuno che ho visto un paio di giorni fa e che ha fatto fatica a salutarmi. Sono felice che stare su internetto mi annoi a morte, se non sto cercando qualcosa per lavoro. Infatti, preferisco il solliloquio di questo blog, che mi manca tanto, ma non ho più tempo di curare.

Ali di gigante

23 ottobre 2011

Nascere poeta è miracolo e condanna. Tra le arti, la più difficile, che costringe a un continuo esercizio di scavo nel sé, di ricerca ininterrotta di senso. Niente è patetico quanto una poesia mediocre. Niente è sublime quanto una poesia compiuta, trama significante al solo nominarla. In questo tempo di crudeltà i poeti, caduti sulla terra, potranno ancora trasformare la miseria in bellezza?  Andrea Zanzotto ci riusciva e l’abbiamo perso.

Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,

disadattati a questo tipo di mondo.

Ma in linea di massima convinti

(costituendo chissà quale frase)

di essere,

di meritarci di essere, di bell’essere,

di avere in pugno, chissà come,

ogni carenza e rastrematura

infida e terrificante

dell’essere.

I lumi della de-composizione

19 ottobre 2011

 Se avete la ventura di dire a un architetto che la Biennale d’Arte è più architettonica di quella di Architettura, vi liquiderà con una battuta di sufficienza. Uno è un’eccezione; tre fanno una statistica. La battuta è: “si, gli artisti si sono messi a pescare motivi (leggasi rubare) dall’architettura”. Se fossi cinica (o realista, che di questi tempi corrotti è la stessa cosa), direi che pescano nel torbido, considerando cos’è l’architettura oggi, ma quello che ho visto alla Biennale Illumi-Nazioni non mi ha illuminato (di senso), ma mi ha fatto perlomeno pensare. L’algida Biennale della Sejima non mi era dispiaciuta, ma quel prendersi sul serio degli architetti, anche quando tentano (inutilmente) di fare ironia, che disprezzano i fatti materiali e spesso fanno cose incomprensibili per partito preso, non mi garba tanto. A chiedergli una spiegazione, gli viene un attacco di amor proprio e allora è finita; meglio parlare d’altro. Vabbè, loro dicono che gli storici sono snob e c’hanno pure ragione da vendere, ma se uno storico fa un lavoro incomprensibile è un cialtrone (e non si salva nessuno). Invece, se lo fa un progettista bisogna dare per scontato che ci sia un senso, e pure elevato, ma farlo capire è diventato volgare come girare con le budella di fuori. Gli artisti, invece, le budella le hanno esposte, eccome: se pensate di trovare la levità dell’Illuminismo dietro il termine Illuminazioni, vi sbagliate. Quasi tutti hanno lavorato sulla violenza, la guerra, il sopruso, la corruzione, ecc.ecc. Sono i furbetti del mercatino d’arte, non c’è dubbio, ma mica mi aspetto di trovare arte nella Biennale d’arte (o architettura in quella di architettura) ma qualche idea, quella si. Ebbene, alcuni di loro si sono impegnati a modificare radicalmente l’interno dei padiglioni creando percorsi a episodi con risultati spaziali spesso interessanti. Vale per il rutilante, di luci e colori, padiglione della Svizzera, dove nel marasma di roba sottratta alla civiltà del consumo, accuratamente composta in un caos incerottato dall’autore, si mescolano immagini di una violenza inaspettata. Subito non te ne accorgi, attirato da mille cose che appartengono al tuo mondo, dopodiché quelle immagini, che pensi non possano essere di questo mondo, ti inseguono e sono l’unica cosa che vedi. Se sia arte non so, certo mi costringe a pensare alle insanabili contraddizioni insite nella natura umana, e che non esiste limite alla crudeltà. I russi, tanto per gradire, hanno ricostruito l’ambiente di un campo di concentramento, agghiacciante nel suo vuoto, senza bisogno d’altro. Nel Giappone venite immersi in un manga architettonico, con città che vi crescono intorno come funghi, funghi che crescono come loro stessi, onde che ondeggiano e tante altre cose a reazione poetica. E tirate il fiato. Poi passate in Germania, trasformata in una chiesa con tanto di abside e vetrate colorate: qui le immagini di orrore, proiettate e tutto intorno a voi, non vi fanno respirare; uscite, ma vi cade l’occhio sul teutonico rosone anatomico, ahimè, e vi rimane una buona dose d’inquietudine. Saltate l’inutile padiglione canadese e vi rifugiate di corsa in quello inglese. Salvi? In un certo senso, perché la simmetrica casetta neopalladiana è diventata una rifugio/bunker per profughi/dissidenti riorganizzato come un dedalo di percorsi claustrofobici. Esperienza singolare, percorrerlo. Se si potesse fare in solitudine, certo giungerebbe efficacemente al suo scopo. L’idea di Boltanski in Francia è semplice: su una struttura di tubi innocenti scorrono le innocenti faccine di uno o più neonati (un po’ inquietanti, a dire il vero, che sembrano dei morticini) stampate su una bobinona che scorre, poi si ferma, poi riparte, metafora di qualcheccosa. D’effetto. Elegante il lavoro sulle ombre del padiglione dei Paesi Scandinavi, ma li, lo spazio aiuta. In quanto al padiglione Italia (che mo’ si chiama non so come), epocali i Tintoretto, la cui presenza, però, mi rimane affatto incomprensibile. Devio. Prima di andare alla Biennale ero passata per piazza San Marco e notavo che i piccioni si sono rarefatti, ma tanto: un tempo era una piazza semovente, da quanti ce n’erano. Ricordate il disegno di Corbù? C’è chi li chiama topi volanti, ma a me stanno simpatici, perché sono buffi quanto rimbesuiti. Allora, se c’è uno che ha fatto della propria furbizia di balordo un’opera d’arte è Maurizio Cattelan. Se qualcuno mi spiega il perché dell’esistenza di questo tizio, gli sono grata. Ebbene, questo signore ha ucciso (posso immaginare personalmente e in un crescendo di piacere) i centinaia di piccioni (di San Marco?) a servizio della sua macabra dimostrazione di nonsocchè. I cadaverini sono stati imbalsamati e messi uno per uno in pose naturali; per ultimo, issati sui tiranti del soffitto delle varie sale del padiglione ex italiano. Stanno li e vi guardano coi loro occhietti imbevuti di silicone. Povere bestie. Cosa questo gesto volgare e cruento (pari al cavallo vero piantato nel muro: che caspita mi significa?) abbia a che fare con l’arte, non so. Ma io sono ignorante di mercati finanziari, che di quello si tratta. Del resto, se il papa lapidato da un meteorite mi è indifferente, mi ha fatto disgusto il caso ben più odioso dei fantocci pseudoumani impiccati in una piazza di Milano. Non so, sarà che nel mio paesello c’è un intero viale di alberi, ognuno ha una targhetta con un nome e non era gente di pezza. Con certi fatti tragici non c’è ironia (o idiozia) che tenga, specialmente in un paese che sembra aver perso del tutto la propria memoria storica. Forse per questo, e per la prima (e credo ultima) volta in vita mia, ho apprezzato l’operazione che Sgarbi ha fatto nel padiglione italiano all’Arsenale, intitolato “L’arte non è Cosa Nostra”. Ovviamente ci sono anche i suoi siparietti televisivi con i famosi slogan (Pecora! Pecora! ah, no, era Capra! Capra! Che idiota…) e opere da liquidare con un chissen’importa, ma una sezione della mostra dovrebbero vederla tutti: coloro che sono troppo giovani per ricordarsi dei fatti narrati e pure quelli che li hanno dimenticati, perchè hanno attaccato il buon senso al chiodo abbracciando senza riserve il Biscione e il suo ottimismo falso e pervasivo. Cose, dicevo, che andrebbero insegnate ai giovani, se ci fosse una scuola civile e democratica. Percorrendo due stretti corridoi vi passano accanto, come una pellicola, le prime pagine di giornali che mostrano impietosamente i danni mortali che la malavita organizzata ha fatto (e sta facendo) al nostro paese. Alcuni me li ricordo bene, anche se ero piccola (il rapimento Moro, la strage di Bologna, e ovviamente i più recenti), e hanno lasciato tracce indelebili in me, oltre alla consapevolezza che è obbligatorio avere una coscienza e non far finta che queste cose siano parte della vita di qualcun altro. Gente onesta che ha lottato per mantenere onesto il Paese marcio in cui viviamo. Tristemente, la nostra storia odierna sembra dimostrare che il loro sacrificio è stato inutile. Lo Stato e Quelli sono venuti a patti, non per far finire le stragi, ma per raggiunta consapevolezza che a tutti interessava la stessa cosa. No, non è la patonza. Grazie a questi nostri ilari concittadini, che si riempiono la bocca di avere il 90% di share nell’assurdo reality che ci tocca guardare da impotenti spettatori, siamo in balia di una forma di violenza altrettanto grave di quella fisica, poiché viviamo senza democrazia e senza dignità, quindi senza libertà. La settimana scorsa mi sono vergognata troppe volte di essere italiana. Questo paese è una bomba a orologeria.

Divo Porcellum

1 ottobre 2011

Mai definizione fu più inappropriata di “porcellum” per la nostra malsana legge elettorale, data da uno dei più inquietanti malviventi che ci governano (che personalmente m’immagino abbia una mannaia sotto la giacca). Il porcello non c’entra proprio nulla col fatto che noi cittadini votiamo quale cestino vogliamo, poi la banda bassotti (sono pure tutti nani, c’è poco da fare) ci mette dentro le mele marce e le pere con i vermi. Anzi: se le leggi fossero ispirate al/dal porcello, la nostra Italia funzionerebbe con efficienza teutonica. Si, perchè il generoso, trasformista, simpatico animale, prima  ingrassa nel cortile del contadino, dopodichè lo ritroviamo nella nostra vita quotidiana in centinaia di forme diverse. Lo sappiamo tutti che del porco non si butta via nulla (lo diceva anche Scarpa a proposito di F.LL.Wright “è come il porco, è tutto buono!”), ma una scienziata olandese, che sembra un pò uscita da un quadro di Vermeer, ha messo in fila tutte, ma proprio tutte, le 186 vite alternative del “pig” matricola 05049, uno qualsiasi, in rappresentanza della categoria. La RAI, che qualche volte si ricorda di essere un servizio pubblico, ha passato il filmato su RAI5, ma lo trovate nel sito di TED, con altri interessanti contributi di scienza, che pare fantascienza. A mio parere è davvero stupefacente… e non mi soprenderei se una parte del maiale facesse anche quell’effetto.

www.ted.com/talks/christien_meindertsma_on_pig_05049.html

Ma-la-guzzi? la storia in moto!

25 settembre 2011

Scusate l’infantile (e ovvio) gioco di parole ispirato dall’insigne studioso protagonista di questo specialissimo ed eruditissimo convegno che vi segnalo a gentile richiesta della nostra amica Jes: Francesco Malaguzzi Valeri (1867-1928). Tra storiografia artistica, museo e tutela che si terrà il 19 ottobre a Milano e il 20-21 ottobre 2011 a Bologna. In allegato trovate il ricco menù preparato per gli amanti della storia della storiografia e non solo. Ho avuto anticipazione di certe evoluzioni rivoluzionarie su Leonardo e gli architravi, da leccarsi i baffi!

Programma: convegno malaguzzi

Apologia o podologia?

10 settembre 2011

L’università è una macchina istituzionale, come tutte in Italia, soffocata dalla burocrazia. Peccato che qui serva soprattutto a far lavorare Tizio e Caio, anzichè per aumentare l’efficenza del mastodontico ambaradam. Da quando c’è quella tal ministra, quella che vale più l’immagine che la grammatica, ma si, dai che la conoscete… quella che per darsi un tono da ggiovane parla solo dal Tubo, anzichè usare i sistemi istituzionali, il sito del ministero della ex Pubblica Istruzione, è cambiato e si è votato alla promozione dei giovani in stile “Amici di Maria(stella)”.  Quello che mi colpisce di più sono le immagini, specchio dell’ottimismo che contraddistingue le nostre nuovissime università, declassate a scuole. Ma si, mi consenta: ottimismo è la parola che ha contrassegnato i nostri ultimi anni. In Italia stiamo nel pantano, ma  per merito dell’ottimismo siamo convinti che siano fanghi termali, quindi sorridiamo! Ebbene, oggi mi è caduto l’occhio su questa, in questo link, e ho pensato che se vedessi uno studente, in biblioteca, nella posa del giovane virgulto colto da una crisi di iperottimismo ritratto nell’immagine, forse avrei qualcosa da dire.

www.istruzione.it/web/universita/home

Fiori d’acciaio

14 luglio 2011

Questo non è solo il titolo di un discretamente brutto, ma di gran successo, film strappalacrime dei cotonati anni ottanta: quello che io chiamo un film-pollaio, tutte donne, trequarti delle quali sfigate che vogliono sempre quello che non possono avere (per contingenza o per incapacità) o che se hanno tutto vengono castigate dalla sorte con una simpatica malattia incurabile (nel caso specifico, la pretty woman Roberts). Vabbè, a bomba. Ieri sono incappata in un bouquet di fiori d’acciaio che persino nella disperata mancanza di tempo degli ultimi mesi mi costringe a scriverne. Avevo appena finito di dire che Pierluigi Nervi era l’inventore dell’architettura patinata, quella da rivista, che quando la vedi da viva dici: “embè, tutto qui?”, quando si arriva in prossimità di quell’edificio tanto noto, quando poco visitabile, che però bisogna vedere almeno una volta nella vita. Giusto per avere il coraggio di dire la parola Architettura senza vergognarsi. Di che trattasi? Se vi dico enormi pilastri di 27 metri di altezza con gigantesche raggiere di acciaio (dell’ing. Covre) che reggono la copertura vi sovviene un’immagine? Mah, forse ai “vecchi” innamorati della disciplina suddetta. Ai giovani, spassionati di architettura e frequentatori delle facoltà medesime, dubito che gli scatti il neurone. Peccato, non sapete quello che vi perdete. L’edificio in questione è il Palazzo del Lavoro a Torino, costruito per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, ossia il supe-evento Italia ‘61. All’epoca, l’area torinese fu corredata di venti padiglioncini, ciascuno a disposizione di una regione del Belpaese, di una monorotaia con trenino che portava in giro i coraggiosi visitatori delle svariate migliaia di metri cubi di roba, e infine di un mamozzo nerviano, vero monumento al genio italiano in piena fioritura negli anni sessanta. E che fiori (vedasi foto allegata a questo post).

Neanche quando ho visto il Pantheon la prima volta, che a mio gusto personifica l’idea stessa dell’Architettura, ho provato un tale senso di vertigine. Non riuscivo letteralmente a respirare (probabilmente il fatto che ci fossero 40 gradi all’ombra ha contribuito, non lo nego), forse perché uno spazio così monumentale, a quella scala, non l’ho visto mai. Talmente presente, nella semplicità del principio archetipo su cui è costruito, da sembrare irreale. Sono uscita da questa visita, durata pochi minuti, con il solito senso di profonda gratitudine. Verso l’architettura per essere alta espressione dello spirito umano, vero nutrimento per chi voglia conoscerla e per questo genio (uno dei tanti) che ha reso migliore il mio Paese, ora coi piedi nel guano, purtroppo. Ebbene, questo gioiello dell’ingegneria, però, ha un difetto: per essere tanto grandioso, sogno ed emblema dell’Italia del boom economico, è ora fonte di imbarazzo. Che farne? Si, perché qualcosa bisogna farne. Bisogna fare che renda dei soldi. Mica si può mantenere uno perché è un capolavoro dell’umanità senza pretendere nulla in cambio. Ebbene, con una stupida scusa, ossia che Nervi nei meandri della sua mente pensava già a questo destino, il Palazzo del Lavoro sarà trasformato in un centro commerciale. Uno di quelli strapieni di orrenda gente, che compra orrende mutande che verranno vendute in mostruosi baracchini attaccati alle povere colonne nerviane. Soffocate sotto il ciarpame. Ad altra scala, mi ricorda il tragico caso del Negozio Olivetti. Ma qui non c’è via d’uscita: il suo destino è segnato e nessuno farà niente. È una questione di soldi, baby. L’ennesima prova che l’ignoranza non solo è beata, in questo Paese, ma benedetta come una manna.

Giganti

30 aprile 2011

Come tutti i grandissimi, Isaac Newton, consapevole del valore del passato, affermava: “se ho visto più lontano, è perchè stavo sulle spalle di giganti”. Che noi storici si riesca a vedere lontano non so, ma certamente siamo fortunati quando possiamo poggiarci sulle spalle di giganti come Arnaldo Bruschi. Un vero gigante della storia, il cui nome è indissolubilmente legato alla “scoperta” di un gigante dell’architettura, Donato Bramante. Personalmente,  mi rimane il ricordo di un signore a modo (come si diceva una volta), cortesissimo e privo di qualsiasi alterigia, nonostante fosse lui stesso un vero monumento della storia, come solo i grandi sanno essere. Il suo contributo rimane fondamentale, non solo per le scoperte documentarie, ma soprattutto per la sua capacità di interpretare, di ridare vita, forma, dignità di pensiero a tanti geni che hanno segnato la nostra storia italica (quella che il mondo ci invidia, e che noi stiamo per dimenticare). Grazie a Bruschi, queste personalità non sono nomi su un libro di testo, ma figure vive, specchio dei capolavori che creavano.  Grazie professore. Ce ne fossero. A Bruschi è dedicato un convegno di studi che si terrà a Roma dal 5 al 7 maggio 2011.

Qui il programma: programma CONVEGNO BRUSCHI

Giganti, si diceva. L”Italia, da questo punto di vista, è sorprendente, anche se si è italiani. O, forse, specialmente se si è italiani. Ogni città, piccola o grande, possiede delle meraviglie che nessun luogo AL MONDO ha. Una di queste meraviglie, forse poco (da me) conosciuta, è la Cattedrale di Crema, oggetto di un convegno che si terrà il 7 maggio prossimo a Crema, cui parteciperanno i maggiori studiosi dell’opera illustrandone la storia da tutti i punti di vista.

Qui la locandina: CONVEGNO DUOMO CREMA

 

Sorridi, sei a Montreal!

9 aprile 2011

Saranno le temperature a meno dieci gradi sotto zero (percepiti meno venti) che ti provocano una permanente, allegra, smorfia facciale? a Montreal la gente sorride per la strada. Dopo il primo, il secondo, il terzo, capisci che non hai la faccia sporca (anche perché sei imbacuccato e irriconoscibile), ma ti stanno proprio sorridendo. Forse per solidarietà a girare imperterriti con il gelo che ti brucia vivo o sotto la bufera di neve. Beh, la situazione non cambia indoor: incroci uno e scatta la faccina be happy. Ti fa pensare. Quindi, dopo il duro impatto dei primi due giorni, dato che la città che credevo una metropoli sembrava un paesotto a griglia dove percorse in lungo e in largo due strade non hai più nulla da scoprire, ho cambiato in fretta opinione. È come quando conosci qualcuno che ti fa un’impressione così-così, magari un tantino anonima e sciatta. Poi sei costretto a ricrederti e ti fa piacere, perché tutto quello che vedi è inaspettato e ti fa sentire anche un po’ stupido e superficiale (che fa sempre bene per allenare l’ego a starsene al suo posto). Insomma, il terzo giorno nella terra dei caribù ero già quasi contenta di esserci e così mi sono avventurata, col mio compagno di avventure storiografiche, al CCA, il mitico Canadian Centre for Architecture, fondato dall’altrettanto mitica Phillys Lambert, la regina del Segram Building. Non hai voglia di studiare? Vai al CCA e ti passa subito. In questa dinamica, l’edificio ha i suoi meriti: figlio prodigo del post-modern, l’ha fatto Peter Rose (su istruzione della suddetta regina) apposta per stare li a studiare o anche solo a pensare. Uno di quei posti (mai stati a Oxford?) dove anche se sei deficiente sei costretto a essere intelligente e a metterti a lavorare con tutto l’impegno. Strano, ma ci sono dei luoghi che hanno questo effetto sugli studiosi (mai provata l’Ambrosiana o il Warburg Institute?), o almeno su di me. Mi accorgo allora quanto lo studio, o meglio l’esercizio del pensiero strutturato, sia essenziale. Come si fa a vivere spensierati? Mi pare una cosa assurda. Pensare è bellissimo. Non per fare grandi pensieri, che nessuno di noi è Kant o Platone, ma per il piacere di organizzare la percezione della realtà in pacchetti, che puoi scartare quando ne hai bisogno. Insomma, al CCA mi sono vista quei due o tre manoscritti cinquecenteschi per cui vale la pena di farsi dieci ore di aereo arrivando verde come un cencio, pur di vederli. I disegni sono un medium incredibile (parola di cui ho abusato non poco nel mio viaggio canadese): le immagini di Roma antica, le fantasie di Roma moderna, l’incertezza nel cambio nei codici di rappresentazione dell’architettura a metà ‘500. Tutto raccontato dai disegni. Anche l’utopia di impostare piante come puri esercizi di composizione di spazi plastici, senza alcuna finalità costruttiva, ma che mostrano quello che sarà il futuro, con Borromini, con Juvarra. Mi chiedo sempre più spesso, quando vedo i lavori degli studenti, come possano progettare senza disegnare a mano: non si vedono i difetti dell’edificio nel disegno a computer, mentre l’indugio provocato dal segno a matita costringe a rivedere e calibrare anche la migliore delle idee. Il sublime poeta inglese Auden diceva che per riconoscere una buona poesia, bastava trascriverla a mano: se la trascrizione provoca una reazione di noia, è chiaro che la poesia è mediocre, perché la fatica fisica di trascrivere non lascia scampo a una combinazione linguistica di scarso valore poetico. Così è per l’architettura. In tempi più felici per l’università, c’era tempo di far disegnare gli studenti moltissimo, persino nei corsi di storia. Per storia dell’architettura I (il mio primissimo esame allo IUAV) ho dovuto disegnare la sezione di una chiesa gotica. La fatica che ho fatto me la ricordo, e non capivo proprio a che servisse, ma ne godo ancora i benefici. Il problema è mettere in evidenza con mezzi meccanici (disegno, plastico, crochet o lavoro a maglia, fate voi) la struttura delle cose, un esercizio che sviluppa la capacità di scegliere, di fare una sintesi e di avere senso critico. Come fare altrimenti? Mi chiedo cosa si impari adesso nei corsi universitari senza il tempo di imparare questa prassi; poi si vive di rendita. Ok, bando alla consueta speculazione edilizia e torniamo a Montreal. La città è tarata su una curiosa mescolanza di inglese e francese, poiché tutti sono perfettamente bilingue: l’inglese è la lingua dell’università (una è la McGill, dove tutti gli studenti studiano SEMPRE e se osi parlare vengono li e ti redarguiscono esponendoti al pubblico ludibrio), il francese è quella dei ristoranti e dei caffè. Il cibo è internazionale, ovviamente, benché nei posti un po’ più chic la cucina preferita sia quella francese. In sintesi, ti senti come in Europa, ma senza la crisi economica. Mica male, per un po’. L’architettura bisogna un pò cercarla, ma ne vale davvero la pena, come queste case di carte affacciate sull’acqua di Moshe Safdie.

Bello ed elegante anche il grattacielo di Pei, che con la sua mole cruciforme fa davvero da faro in questa città che urbanisticamente non ha capo ne coda. Interessante anche il centro antico, pieno zeppo di strane prove di cultura eclettica con mix di pezzi da palazzi italiani del Quattrocento, francesi del Seicento, un pò (o molta) Chicago School. Ma tra le cose più curiose è certamente un’imitazione in scala minore della chiesa di San Pietro (a dir il vero abbastanza bruttina) che spunta tra i grattacieli.  

Manco a dirlo, una delle stelle architettoniche di questa singolare città è un prodotto made in Italy, frutto dorato della stagione non tarocca (ma forse un tantino barocca), in cui si attua il miracoloso sposalizio tra ingegneri e architetti. L’oggettone in questione è la Exchange Tower, opera di Luigi Moretti e Pierluigi Nervi, esattamente fifty-fifty. A vederla, il dialogo fra elementi di supporto e involucro appare talmente evidente e vivo che mi ha fatto pensare, per l’ennesima volta, che è davvero un’utopia studiare l’architettura sui libri. O si guarda in faccia o non si capisce niente, ergo non si impara. Ho studiato l’opera sui documenti, ricavandone un’idea di un certo tipo. Beh, la cosa che più mi ha colpito della torre è la totale mancanza di astrazione del disegno architettonico. Mi spiego: vedendo l’architettura de visu si capisce quello che ormai ripeto agli studenti fino alla nausea, ossia quando l’edificio passa dalla carta alla materia ha una vita che l’architetto deve prevedere, che dipende dalle condizioni del contesto e dal modo in cui lo predispone a reagire alle condizioni ambientali che cambiano. Le opere di Moretti, forse solo Albini gli sta a pari, sono costruzioni viventi, sensibilissime, che proprio per questo non hanno la robustezza iconica di Mies o di LC. Sulla carta patinata sono eleganti, ma dal vivo sono sconvolgenti. Guardando da sotto in su i quattro pilastroni ideati da Nervi, poi, vedi davvero la sezione che cambia, come se accompagnasse il flusso delle forze fino alla sommità, dove l’ingegnere cesella la punta dei pilastri sancendo la loro totale autonomia. Li sopra, pochi lo sanno, l’Omino di burro ha la sua macchina per fabbricare le nuvole. Ma questa è un’altra storia. Ricorderà Montreal anche per l’incontro con una persona che questa opera l’ha vista crescere lavorando con i giganti che l’hanno progettata, e che con la sua spiccata umanità dimostra, ai miei occhi quali, inalienabili benefici possa generare anche un’incrollabile fiducia nell’architettura. Fortuna che un gruppo di fortunati studenti ogni anno possano ancora godere di questa sapienza.