Memoriae Causa. Carlo Scarpa on my mind

28 novembre 2020

28.11.2020

Oggi è l’anniversario della morte di Carlo Scarpa, avvenuta il 28 novembre 1978 a Sendai, in Giappone. Ricordare questo giorno, invece del 2 giugno 1906, quando l’architetto era “figliato, vicino a San Marco”, ha senso solo perché nella morte è racchiuso anche il valore di quel momento. Ma la morte ci imbarazza, quindi l’abbiamo scissa dalla vita e ci siamo dimenticati cosa sia. In questi giorni di pandemia muoiono 800 persone al giorno, nel silenzio generale, dei numeri in una statistica. Che siano uno, cento o mille non fa alcuna differenza. Invece, fa una grande differenza. Ciascuno che è stato su questa terra, sia stato immenso, come Carlo Scarpa, o insignificante, come uno di quelli che moriranno oggi e che non conosceremo mai, ha avuto una sua ragione d’essere. A questa indifferenza, a questa mancanza di rispetto per la morte e quindi per la vita, non posso rassegnarmi. Nel ricordare Scarpa, voglio ricordare anche la sua sensibilità, il suo rispetto per la morte, del cui significato era pienamente consapevole. Basta andare al Cimitero Brion per capirlo: la morte chiude come un sigillo quello che siamo stati e ciò che abbiamo fatto, che non scompare, ma si cristallizza nel tempo a imperitura memoria.

Jurassic Word

2 giugno 2020

fioreAscoltando il discorso del Presidente della Repubblica di ieri sera mi sono sorpresa a pensare a quanto, per forma e significato, fossero anacronistiche le sue parole. Come se descrivessero una lontana era geologica. Parole che esprimono, con precisione, concetti che nascono da un’educazione istituzionale maturata in decenni, espressivi di un sentimento comune (o almeno dovrebbe esserlo) di onore, dedizione, sacrificio. E ancora parole di critica verso chi, deputato a partecipare alla guida del Paese, disattende tali valori. Mi chiedo quanti si siano riconosciuti in quelle parole, che hanno assunto, a fronte di un valore etico assoluto, un significato affatto relativo.

Precisione. Mi è capitato di chiedere a uno studente di architettura, che chiamava pilastro una colonna e fabbricato un edificio di valore universalmente riconosciuto, cosa significasse precisione nel suo vocabolario. Imbarazzo totale. Gli ho spiegato come, in architettura, sbagliare una dimensione, ad esempio di un solaio, equivalga a compromettere la statica dell’edificio. Niente. E allora mi è toccato andare sul personale e dirgli che se avesse sbagliato il nome della fidanzata, magari in un momento delicato, ci sarebbe stata qualche conseguenza. Il paragone è andato a segno e l’esaminando ha capito (forse) il significato di precisione. La precisione è tutto in qualsiasi mestiere. A regola d’arte, si diceva un tempo. Me lo insegna ogni giorno Carlo Scarpa, del quale oggi, 2 giugno, ricorre l’anniversario di nascita. Grazie Scarpa. Ma essere precisi, al giorno d’oggi, è facoltativo, nessuno lo pretende più da nessuno. La ragione è semplice: un’analisi fondata sulla precisione dei dati porta automaticamente alla formulazione di un giudizio critico. Le cortine fumogene buttate su dai quotidiani, specialmente nell’ultimo mese,  confondono i devastanti effetti di dati troppo precisi.

Critica. E’ noto da qualche decennio che non si può criticare più nulla e nessuno senza pagarne le conseguenze, dalla semplice reprimenda fino al bando dal circo mediatico, social, accademico, ecc. Nel nostro campo, ci si limita a un bel riassunto, lodando “il ponderoso volume”, “l’acribia documentaria”, “l’ottima veste editoriale”. Analizzare il contenuto scientifico è spesso un optional, a meno che con la critica non si serva una qualche vendetta, se il criticato non ha alcun peso accademico, ovviamente. Problemi di lana caprina i nostri, alquanto irrilevanti per la collettività. Ma le conseguenze della carenza di giudizio critico, o peggio della critica orientabile a piacere, sono devastanti per la vita quotidiana: dalla incapacità di leggere una baggianata su internet e riderci sopra, anziché rimpallarla al mondo intero come se fosse la scienza in infusione, all’incapacità di mettersi di fronte a se stessi e vergognarsi della propria inadeguatezza.

Vergogna. Se uno (parlo per me) ascolta le parole di Mattarella, potrebbe provare un senso di leggera (?) vergogna per come è messa l’Italia. Povera Patria, come dice il poeta. Ma anche questa è una conquista dei nostri tempi: “abolita la povertà” e il senso di vergogna. Per la mia generazione, l’educazione a vergognarsi era un must: “non ti vergogni? Chiedi scusa!”. “maleducato, si vergogni!”. Bei tempi che furono, quando questo meccanismo educativo mirava a un miglioramento del comportamento collettivo. Sulla sua efficacia effettiva non mi pronuncio, ma della sua esistenza ho certezza. Se mi comporto in maniera maleducata, e mi capita, ahimè, scatta in automatico il senso di colpa (che non mi impedisce di ricascarci). Ma se non si è stati educati a vergognarsi, come si fa a capire che le nostre azioni sono vergognose, prima verso noi stessi e poi per gli altri?

Il succo di questo papiello, del quale mi vergogno pure un po’ dato il suo tono qualunquista, è questo: se non sono preciso, non sono critico, se non sono critico non mi vergogno, se non mi vergogno, sono autorizzato a fare qualsiasi porcata, se sono potente, quella porcata ricade sulla collettività.

Esiste una parola facile-facile, da ripetere come un mantra per “trar fuori e allevare” il meglio che è in noi: educazione. Lo so, uno slogan da slogarsi le ganasce. La rinascita del Paese nel dopoguerra, alla quale tutti fanno riferimento (spesso senza avere la minima alba di cosa sia stata in realtà) venne costruita non su una pioggia di denaro, la sola cosa che conta adesso, ma sull’educazione della gente, sulla scuola, sulle istituzioni culturali. Cose concrete: più di 150 musei riformati in otto anni, dal 1945 al 1953, per far capire al popolo (altra parola imbarazzante persino nei talkshow di quarta categoria, quindi tutti) cosa significava affondare i piedi nelle radici artistiche e culturali di un Paese che aveva un’identità e degli obiettivi. Ma i musei sono stati smantellati, i progetti disattesi, i gioielli di famiglia venduti per due lire, mentre gli italiani hanno continuato a vivere da italiani, come solo gli italiani sanno fare, nel bene e nel male.

Non è l’Occidente che sta tramontando (o l’Oriente che sta sorgendo), ma la memoria del senso di ciò che ha senso. La parola educazione appartiene al giurassico.

Buone Feste!

24 dicembre 2018

Guardandoci dentro, sentiamo il fluire della storia nel nostro sangue vivo” (Ernesto N. Rogers, 1938)

BBPRe_Magi

 

Grazie, Scarpa. Viva, Scarpa.

28 novembre 2018

Quarant’anni fa, il 28 novembre 1978 a Sendai, scompariva Carlo Scarpa. Cosa rimane delle sua lezione artistica e progettuale? Abbastanza, ma non quanto potrebbe ancora esserci. Come altri grandi artisti – Franco Albini, Luigi Moretti, Carlo Mollino, e l’elenco sarebbe lungo, la sorte non è stata proprio benevola con lui. E’ curioso come nel Bel Paese (dove si suona e si ruba) è più facile che si conservi un ecomostro, frutto del malaffare e dell’idiozia di qualche imbecille, piuttosto che un’opera di alto valore sociale e artistico. In Italia buttare bambino e acqua sporca è la prassi, lo sappiamo, no? Dunque molte opere sono scomparse mentre Scarpa era ancora in vita, altre ci stanno lasciando adesso. La Gipsoteca di Possagno, tanto ammirata dai turisti che si fanno i selfie con la Danzatrice coi Cembali (che spero non sia in tournee), è finita nelle peggiori mani in cui poteva finire: nelle mani di uno che pensa, dato che non vede una cippalippa, che il protagonismo di Scarpa abbia “mortificato” il povero Canova. Pensare che i due si amavano alla follia. E questo idillio, che durava dal 1957, è stato di fatto brutalmente interrotto. Chi visita Possagno ora non può rendersene conto. Un triste esempio di fake history, uno fra i tanti che stanno proliferando nel nostro povero paese. Io che conosco lo storia, perché è il mio mestiere conoscerla, so bene quello che avete perso e mi dispiace per tutti quelli che non hanno visto lo splendore di quella “corrispondenza di amorosi sensi”, così come Scarpa l’ha pensato. Prima ancora ci avevano lasciati le sezioni storiche del Museo Correr, buona parte delle Gallerie dell’Accademia. Castelvecchio ha perso dei pezzi importanti, e speriamo finisca li. Ma chi lo sa? Magari arriva uno di questi super dirigenti che vuole svecchiare il “matusa”: alza la gambetta e segna il territorio. Mi sembra giusto, no? Chi può impedire che il nulla cresca? Costa tanto, non serve a niente, dunque è davvero in linea coi tempi e con lo spirito italico. Negli ultimi giorni, un giovane direttore di un importante museo italiano, pieno di cose belle e fragili, ora in balia del suo ego, ha detto pubblicamente (ma lo dimostra anche coi fatti, sia chiaro) che il metodo scarpiano è stato contestato a livello internazionale ed è (giustamente) superato. Cosa avrà inteso dire il nostro manager culturale, pappa&ciccia con questo e quello, che vuole mettere a resa la sua grassa mucca, pardon il suo grande museo? Ma di quale metodo sta parlando? Quello che portava Scarpa a conoscere le opere d’arte e quindi offrirle al pubblico? Il metodo di fare del museo un luogo di conoscenza, ovvero un esempio vivente di democrazia? Di cosa stiamo parlando? Sissignori, stiamo parlando di educazione. Un parola davvero troppo imbarazzante, al giorno d’oggi. Educazione alla bellezza, alla conoscenza, alla condivisione di valori di alto significato sociale, oltre che culturale. Louis Sauer Carlo Scarpa portaraits ouis Sauer  From Antonino Saggio book on Louis SaueQuesta è la chiave di tutto. Educare, educarsi, essere educati. Questo ha fatto Carlo Scarpa per tutta la sua vita, con le parole, i disegni, le architetture. E avere una curiosità insaziabile, una sete che non si estingue mai. La sua lezione, dopo quasi vent’anni che la studio, ha il potere di affascinarmi, sorprendermi e convincermi ancora. Migliaia di disegni raccontano come Scarpa ricercasse, con passione, rigore e sacrificio, qualcosa che sarebbe diventato patrimonio di tutti. Niente storytelling, gente, tutto vero.

Grazie, Scarpa. Viva, Scarpa.

Parole (sublimi) nel vuoto

6 maggio 2015

Ci sono giorni un cui, grazie al cielo, non vedo nulla. Ci sono giorni, sfortunati, nei quali vedo tutto. L’altro dì mi è capitato di dover andare a Vicenza, città che fu d’Andrea Palladio (come quel tal libro pietroburgico pieno di disegnetti), ma prima di arrivare li, dove osarono gli architetti parrucconi, si passa per una simpatica cintura di edifici nati tristi, per scopi tristi e ora in triste stato di decomposizione. Mentre sono intenta in superflue riflessioni sulla miseria lasciata dall’epoca pre e post manipulite, la corriera FTV si ferma al semaforo e mi cade l’occhio su una cabina elettrica in cemento, dove qualcuno aveva scritto con lo spray: “FATTI NON FOSTE PER VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIR VIRTUTE E CANOSCENZA“. Solo parole nell’immenso vuoto che c’è (come dice Raf)?. Macchè. Una sberla in faccia, una secchiata d’acqua, uno che ti urla nelle orecchie che è ora di muovere il sedere. Cavolo è lapalissiano. Grazie Dante, la strada sarà pure difficile da vedere e perdersi è un attimo, ma è solo una e scuse non ce ne sono.

“Wendy, I’m home!”

9 dicembre 2012

Si, tornata temporaneamente perchè mi scappa un commento, anche se non ho tempo. Grazie al cielo e all’inferno esiste internetto, come lo chiama l’amica mia. Sono 5 anni, suppergiù, che non riesco a cancellarmi da LibroFacce, uno dei massimo orrori introdotti dalla rete. Perchè mi sono iscritta? perchè qualcuno, che da sciocca quale sono ho ascoltato, mi ha detto che era una cosa simpatica. Un par di ciufoli! già ho detto che de “Le vite degli altri” non mi cale ne tanto,  ne poco e alla fine, cercando, ho trovato un sito che ti istruisce per uscire dal malefico accentratore sociale, che è una via tortuosa e che trovi giusto a naso, andando a tentativi. Ebbene, per cancellarmi ho dovuto tornare nel mio account trovandoci ben 55, dico 55, richieste di gente che vuole la mia “amicizia”: ex studenti, ex laureandi, professori, sconosciuti, compagni di classe, simpatizzanti, antipatizzanti, ecc. ecc. Un coacervo di gente a cui di me, sono certa, non frega nulla, ma che per automatismo, conoscendomi, o anche no, mi mettono tra gli “amici”, solo per fare numero che di questi tempi è davvero tutto. Che ridere, pure qualcuno che ho visto un paio di giorni fa e che ha fatto fatica a salutarmi. Sono felice che stare su internetto mi annoi a morte, se non sto cercando qualcosa per lavoro. Infatti, preferisco il solliloquio di questo blog, che mi manca tanto, ma non ho più tempo di curare.

Ali di gigante

23 ottobre 2011

Nascere poeta è miracolo e condanna. Tra le arti, la più difficile, che costringe a un continuo esercizio di scavo nel sé, di ricerca ininterrotta di senso. Niente è patetico quanto una poesia mediocre. Niente è sublime quanto una poesia compiuta, trama significante al solo nominarla. In questo tempo di crudeltà i poeti, caduti sulla terra, potranno ancora trasformare la miseria in bellezza?  Andrea Zanzotto ci riusciva e l’abbiamo perso.

Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,

disadattati a questo tipo di mondo.

Ma in linea di massima convinti

(costituendo chissà quale frase)

di essere,

di meritarci di essere, di bell’essere,

di avere in pugno, chissà come,

ogni carenza e rastrematura

infida e terrificante

dell’essere.

I lumi della de-composizione

19 ottobre 2011

 Se avete la ventura di dire a un architetto che la Biennale d’Arte è più architettonica di quella di Architettura, vi liquiderà con una battuta di sufficienza. Uno è un’eccezione; tre fanno una statistica. La battuta è: “si, gli artisti si sono messi a pescare motivi (leggasi rubare) dall’architettura”. Se fossi cinica (o realista, che di questi tempi corrotti è la stessa cosa), direi che pescano nel torbido, considerando cos’è l’architettura oggi, ma quello che ho visto alla Biennale Illumi-Nazioni non mi ha illuminato (di senso), ma mi ha fatto perlomeno pensare. L’algida Biennale della Sejima non mi era dispiaciuta, ma quel prendersi sul serio degli architetti, anche quando tentano (inutilmente) di fare ironia, che disprezzano i fatti materiali e spesso fanno cose incomprensibili per partito preso, non mi garba tanto. A chiedergli una spiegazione, gli viene un attacco di amor proprio e allora è finita; meglio parlare d’altro. Vabbè, loro dicono che gli storici sono snob e c’hanno pure ragione da vendere, ma se uno storico fa un lavoro incomprensibile è un cialtrone (e non si salva nessuno). Invece, se lo fa un progettista bisogna dare per scontato che ci sia un senso, e pure elevato, ma farlo capire è diventato volgare come girare con le budella di fuori. Gli artisti, invece, le budella le hanno esposte, eccome: se pensate di trovare la levità dell’Illuminismo dietro il termine Illuminazioni, vi sbagliate. Quasi tutti hanno lavorato sulla violenza, la guerra, il sopruso, la corruzione, ecc.ecc. Sono i furbetti del mercatino d’arte, non c’è dubbio, ma mica mi aspetto di trovare arte nella Biennale d’arte (o architettura in quella di architettura) ma qualche idea, quella si. Ebbene, alcuni di loro si sono impegnati a modificare radicalmente l’interno dei padiglioni creando percorsi a episodi con risultati spaziali spesso interessanti. Vale per il rutilante, di luci e colori, padiglione della Svizzera, dove nel marasma di roba sottratta alla civiltà del consumo, accuratamente composta in un caos incerottato dall’autore, si mescolano immagini di una violenza inaspettata. Subito non te ne accorgi, attirato da mille cose che appartengono al tuo mondo, dopodiché quelle immagini, che pensi non possano essere di questo mondo, ti inseguono e sono l’unica cosa che vedi. Se sia arte non so, certo mi costringe a pensare alle insanabili contraddizioni insite nella natura umana, e che non esiste limite alla crudeltà. I russi, tanto per gradire, hanno ricostruito l’ambiente di un campo di concentramento, agghiacciante nel suo vuoto, senza bisogno d’altro. Nel Giappone venite immersi in un manga architettonico, con città che vi crescono intorno come funghi, funghi che crescono come loro stessi, onde che ondeggiano e tante altre cose a reazione poetica. E tirate il fiato. Poi passate in Germania, trasformata in una chiesa con tanto di abside e vetrate colorate: qui le immagini di orrore, proiettate e tutto intorno a voi, non vi fanno respirare; uscite, ma vi cade l’occhio sul teutonico rosone anatomico, ahimè, e vi rimane una buona dose d’inquietudine. Saltate l’inutile padiglione canadese e vi rifugiate di corsa in quello inglese. Salvi? In un certo senso, perché la simmetrica casetta neopalladiana è diventata una rifugio/bunker per profughi/dissidenti riorganizzato come un dedalo di percorsi claustrofobici. Esperienza singolare, percorrerlo. Se si potesse fare in solitudine, certo giungerebbe efficacemente al suo scopo. L’idea di Boltanski in Francia è semplice: su una struttura di tubi innocenti scorrono le innocenti faccine di uno o più neonati (un po’ inquietanti, a dire il vero, che sembrano dei morticini) stampate su una bobinona che scorre, poi si ferma, poi riparte, metafora di qualcheccosa. D’effetto. Elegante il lavoro sulle ombre del padiglione dei Paesi Scandinavi, ma li, lo spazio aiuta. In quanto al padiglione Italia (che mo’ si chiama non so come), epocali i Tintoretto, la cui presenza, però, mi rimane affatto incomprensibile. Devio. Prima di andare alla Biennale ero passata per piazza San Marco e notavo che i piccioni si sono rarefatti, ma tanto: un tempo era una piazza semovente, da quanti ce n’erano. Ricordate il disegno di Corbù? C’è chi li chiama topi volanti, ma a me stanno simpatici, perché sono buffi quanto rimbesuiti. Allora, se c’è uno che ha fatto della propria furbizia di balordo un’opera d’arte è Maurizio Cattelan. Se qualcuno mi spiega il perché dell’esistenza di questo tizio, gli sono grata. Ebbene, questo signore ha ucciso (posso immaginare personalmente e in un crescendo di piacere) i centinaia di piccioni (di San Marco?) a servizio della sua macabra dimostrazione di nonsocchè. I cadaverini sono stati imbalsamati e messi uno per uno in pose naturali; per ultimo, issati sui tiranti del soffitto delle varie sale del padiglione ex italiano. Stanno li e vi guardano coi loro occhietti imbevuti di silicone. Povere bestie. Cosa questo gesto volgare e cruento (pari al cavallo vero piantato nel muro: che caspita mi significa?) abbia a che fare con l’arte, non so. Ma io sono ignorante di mercati finanziari, che di quello si tratta. Del resto, se il papa lapidato da un meteorite mi è indifferente, mi ha fatto disgusto il caso ben più odioso dei fantocci pseudoumani impiccati in una piazza di Milano. Non so, sarà che nel mio paesello c’è un intero viale di alberi, ognuno ha una targhetta con un nome e non era gente di pezza. Con certi fatti tragici non c’è ironia (o idiozia) che tenga, specialmente in un paese che sembra aver perso del tutto la propria memoria storica. Forse per questo, e per la prima (e credo ultima) volta in vita mia, ho apprezzato l’operazione che Sgarbi ha fatto nel padiglione italiano all’Arsenale, intitolato “L’arte non è Cosa Nostra”. Ovviamente ci sono anche i suoi siparietti televisivi con i famosi slogan (Pecora! Pecora! ah, no, era Capra! Capra! Che idiota…) e opere da liquidare con un chissen’importa, ma una sezione della mostra dovrebbero vederla tutti: coloro che sono troppo giovani per ricordarsi dei fatti narrati e pure quelli che li hanno dimenticati, perchè hanno attaccato il buon senso al chiodo abbracciando senza riserve il Biscione e il suo ottimismo falso e pervasivo. Cose, dicevo, che andrebbero insegnate ai giovani, se ci fosse una scuola civile e democratica. Percorrendo due stretti corridoi vi passano accanto, come una pellicola, le prime pagine di giornali che mostrano impietosamente i danni mortali che la malavita organizzata ha fatto (e sta facendo) al nostro paese. Alcuni me li ricordo bene, anche se ero piccola (il rapimento Moro, la strage di Bologna, e ovviamente i più recenti), e hanno lasciato tracce indelebili in me, oltre alla consapevolezza che è obbligatorio avere una coscienza e non far finta che queste cose siano parte della vita di qualcun altro. Gente onesta che ha lottato per mantenere onesto il Paese marcio in cui viviamo. Tristemente, la nostra storia odierna sembra dimostrare che il loro sacrificio è stato inutile. Lo Stato e Quelli sono venuti a patti, non per far finire le stragi, ma per raggiunta consapevolezza che a tutti interessava la stessa cosa. No, non è la patonza. Grazie a questi nostri ilari concittadini, che si riempiono la bocca di avere il 90% di share nell’assurdo reality che ci tocca guardare da impotenti spettatori, siamo in balia di una forma di violenza altrettanto grave di quella fisica, poiché viviamo senza democrazia e senza dignità, quindi senza libertà. La settimana scorsa mi sono vergognata troppe volte di essere italiana. Questo paese è una bomba a orologeria.

Divo Porcellum

1 ottobre 2011

Mai definizione fu più inappropriata di “porcellum” per la nostra malsana legge elettorale, data da uno dei più inquietanti malviventi che ci governano (che personalmente m’immagino abbia una mannaia sotto la giacca). Il porcello non c’entra proprio nulla col fatto che noi cittadini votiamo quale cestino vogliamo, poi la banda bassotti (sono pure tutti nani, c’è poco da fare) ci mette dentro le mele marce e le pere con i vermi. Anzi: se le leggi fossero ispirate al/dal porcello, la nostra Italia funzionerebbe con efficienza teutonica. Si, perchè il generoso, trasformista, simpatico animale, prima  ingrassa nel cortile del contadino, dopodichè lo ritroviamo nella nostra vita quotidiana in centinaia di forme diverse. Lo sappiamo tutti che del porco non si butta via nulla (lo diceva anche Scarpa a proposito di F.LL.Wright “è come il porco, è tutto buono!”), ma una scienziata olandese, che sembra un pò uscita da un quadro di Vermeer, ha messo in fila tutte, ma proprio tutte, le 186 vite alternative del “pig” matricola 05049, uno qualsiasi, in rappresentanza della categoria. La RAI, che qualche volte si ricorda di essere un servizio pubblico, ha passato il filmato su RAI5, ma lo trovate nel sito di TED, con altri interessanti contributi di scienza, che pare fantascienza. A mio parere è davvero stupefacente… e non mi soprenderei se una parte del maiale facesse anche quell’effetto.

www.ted.com/talks/christien_meindertsma_on_pig_05049.html

Ma-la-guzzi? la storia in moto!

25 settembre 2011

Scusate l’infantile (e ovvio) gioco di parole ispirato dall’insigne studioso protagonista di questo specialissimo ed eruditissimo convegno che vi segnalo a gentile richiesta della nostra amica Jes: Francesco Malaguzzi Valeri (1867-1928). Tra storiografia artistica, museo e tutela che si terrà il 19 ottobre a Milano e il 20-21 ottobre 2011 a Bologna. In allegato trovate il ricco menù preparato per gli amanti della storia della storiografia e non solo. Ho avuto anticipazione di certe evoluzioni rivoluzionarie su Leonardo e gli architravi, da leccarsi i baffi!

Programma: convegno malaguzzi